Quella casa non era in
vendita. Nonostante da fuori paresse rifinita in tutti i particolari, al suo
interno mancava il pavimento. C’era da chiedersi come fosse stato possibile
costruirla. Le pareti intonacate di un bianco candito, la luce che entrava
dalle finestre che ne risaltava ancora di più il candore, eppure varcata la
soglia si precipitava nel vuoto. La porta di ingresso infatti, una volta aperta
dava sul nulla. Non una colata di cemento, una fondamenta, una piastrella. Niente.
Sembrava fosse stata costruita dall’alto, invece di aver scavato e gettato la
base per le colonne in cemento armato. Al suo interno, si poteva solo saltare da una parete all’altra
ed i due muratori, un uomo ed una donna balzavano e si aggrappavano alle
finestre incrociandosi in aria. Sembrava di assistere ad una danza fra uccelli.
Il bianco delle pareti illuminate dal sole faceva sembrare la casa una nuvola
spigolosa, compreso il tetto, anch’esso bianco. I due non
proferivano parola, né si guardavano; saltavano insieme come rispondendo ad un
unico impulso ritmico e perpetuo, mentre schizzi di lacrime nere colavano e si
solidificavano sui loro volti di pierrot. Era la casa di un uomo addormentato. Ogni
notte la rivedeva in sogno dalla prospettiva del nero nulla del pavimento. Allungava
le mani, mentre quei due in alto volteggiavano e una voce cantava “Minuetto” di Mia
Martini. Piangeva, straziato dalla bellezza di quei due corpi e dei loro volti
malinconici che danzavano alla luce del sole. Era casa sua, anche se
assomigliava di più ad un albero con due uccelli avvolto nelle nuvole. Poi si
svegliava e scendeva dal letto fissando con rancore sordo il pavimento. La Terra
lo pretendeva e lui malediceva lei, il pavimento ed i suoi goffi piedi
doloranti.
domenica 12 gennaio 2014
giovedì 31 ottobre 2013
PARLA CON ME
Senti, è
faticoso. Perché devo continuare?
Perché no?
Cosa lo domando a fare
se mi rispondi con un’altra domanda?
Allora non chiedermelo.
Quando fai così, ti odio.
Mi odi? Ti odi, vorrai dire. Io amo.
Perché dici che mi odio? Sentiamo.
In verità, non sei proprio tu che ti odi, è una parte di te che parla in continuazione con la tua voce, e tu scambi per te.
Chi sarebbe allora,
se non sono io e neanche tu? Ma quanti siamo?
Te l’ho detto, è una
parte di te che credi essere tu, ma non sei veramente tu, tantomeno me.
Non ci sto capendo più niente. Chi l’ha invitata allora, perché parla con la mia voce?
Vuole distrarti.
Da cosa?
Da farti scoprire ciò che sei. Nel tuo
intimo.
Intendi, dentro le mie
mutande?
No, un altro tipo di
intimo.
Ah.
Ora hai capito?
Più o meno. So solo che mi
dice un sacco di brutte cose. Sembra che provi gusto a spaventarmi e a darmi tormento.
Lo so.
Lo sai?! Falla stare
zitta, no?
Io? Se lo faccio io, allora cosa serve? E' una sfida. Divertente.
Divertente?! Senti, ma cos'è un gioco?
Certo,sì. Suona strano, ma è così.
Ah, è un gioco? Credi che io mi diverta?
Continua.
A far che?
A cercare.
Cosa? Cosa c’è da
cercare?
Il silenzio. Non hai
bisogno di altro.
Lo capisci che è proprio qui il
problema? Quello non sta mai zitto!
Non dargli più da
mangiare, fallo morire di fame.
Morire di fame? E come
si fa? Se è qui, nella testa, con me e con te.
È facile. Fallo
sfogare, non reagire. Guardalo. Se non ti fai sconvolgere, la smette subito. Fa lo
sbruffone, ma è un gigante dai piedi d’argilla.
E poi?
Poi, parla con me.
E chi sei tu?
Io sono l’Argilla che
plasma i giganti.
mercoledì 25 settembre 2013
La tartaruga, l’olmo e la lumaca
“Senti, mi puoi dare un
passaggio? Te ne prego. Vorrei tanto
scoprire cosa si prova ad andare forte.” La lumaca era seria, ma la tartaruga
non pareva gradire: “Che fai sfotti?”
“No, dico sul serio. Ti
ho spiata spesso e provo una grande invidia per le tue zampe possenti e la tua
velocità. Mi porteresti sopra di te? Te ne prego. Non so cosa darei per sentire
il vento e sbavacchiare per non seccare.” Così’ dicendo, piegò le antennine
all’indietro in segno di supplica.
La tartaruga si sentì
per un attimo spiazzata. Dopo un lungo silenzio che alla lumaca parve
interminabile, disse:” In novant’anni ne ho viste e sentite di tutti i colori,
ma questa non mi era ancora capitata”, e
scoppiò in una fragorosa risata.
“Allori mi porti? Dai,
dai ti prego!”
“Erano 27 anni che non
mi capitava di ridere. Va bene. Salì su allora, e tieniti forte mi raccomando.”
La lumachina non stette
più nel guscio dalla felicità, anzi avrebbe quasi voluto lasciarlo lì dov’era
per salire più in fretta, ma poi pensò che magari sarebbe morta di freddo andando
così veloce, o abbrustolita visto il sole caldo.
L’operazione di
risalita richiese circa tre ore, la tartaruga pareva una montagna da scalare,
tanto era grande. La piccola le si arrampicò su per una zampa posteriore: si
saliva bene, la pelle rugosa permetteva
una buona aderenza e la testuggine da parte sua aveva anche trovato un modo per
ingannare l’attesa. Infatti, era ora di pranzo e nel posto in cui si trovava,
un succosissima insalatina ricopriva il terreno e ne approfittò. Poco dopo finì
anche per chiudere gli occhi e si assopì.
“Sono qui! sono qui! Ce l’ho fatta, sono
salita!” esclamò all’improvviso la lumachina dopo tanta fatica. “Che magnifica
vista si gode da quassù.” Era riuscita ad arrivare fino al guscio, proprio
dietro il collo della sua nuova amica che svegliata di soprassalto, ancora un
po’ ci rimase per lo spavento.
“Accidenti, ce ne hai messo di tempo, mi ero
completamente dimenticata di te.”
“E’ bellissimo da
quassù, sono sfinita e come è rovente il tuo guscio sotto il sole. Ti prego
parti, qui si schiatta di caldo, fammi sentire il vento sulle antenne.”
“Il vento sulle
antenne?” e rise di nuovo. Non aveva mai pensato che qualcuno un giorno avrebbe
apprezzato la sua velocità. Gli altri animali, l’avevano sempre presa in giro,
a volte anche in modo poco carino. Da
giovane ne aveva sofferto, ma crescendo ci aveva fatto l’abitudine ed
anzi, quando qualche moccioso di leprotto le veniva a fare il verso, sorrideva
e ammirava ripetersi ancora una volta il miracolo della vita, sfottò compresi.
“Bene, allora tieniti
forte, si parte. Ti porterò a conoscere il mio migliore amico. E’ un tipo silenzioso,
ma vedrai, ti piacerà.” Così dicendo si mosse sicura in direzione di un grande
olmo.
Erano coetanei lei e l’albero.
Il bisnonno dell’uomo che ora si occupava di lei, aveva piantato quell’albero
lo stesso giorno in cui si presentò al podere con una piccola testuggine sul
palmo della mano. Era successo tanto tempo fa.
Poco per volta i due erano
diventati amici, non avevano mai potuto usare la parola, ma comunicavano.
Avevano visto succedersi gli uomini, le piante crescere, germogliare e appassire
e gli animali riprodursi e morire. Loro però erano rimasti, e col tempo
l’amicizia che li univa era diventata fonte di grande ristoro per entrambi. Non
era facile avere ancora qualcuno, un
affetto. No, non lo era, ma in quella terra un olmo e una tartaruga si facevano
compagnia.
Appena si incamminò, l’ospite ebbe difficoltà a
rimanere salda sul guscio e dovette aggrapparsi a ventosa per non venire
sbalzata. Il vento poi le sferzò le antenne e, in un istante, provò la libertà.
“Siiiiì…….” Era al
settimo cielo! Stava cavalcando la terra in sella alla sua custode.
L’olmo si scorgeva in
lontananza, era l’albero più alto e rigoglioso e si era accorto dell’imminente
visita. I passi dell’ amica scuotevano la terra ad un ritmo familiare,
impossibile sbagliarsi, era proprio lei.
Quando furono ai suoi
piedi la tartaruga arrestò la marcia e disse:” eccoci arrivate, questo è il mio
amico olmo, sai lui è molto vecchio come me.”
“Ciao olmo, è un onore
per me conoscerti, ma sei altissimo, non vedo più il sole” , disse
divertita e per nulla dispiaciuta per un po’ di ombra.
Le possenti zampe della
tartaruga distavano a non più di un metro dalle radici e l’olmo accortosi della piccola ospite sulla
schiena dell’amica, chinò una giovane fronda in segno di saluto, senza
dimenticare di lasciare una foglia per la piccola, che affamata, gradì.
“Amica, che sorpresa è
mai questa? Cosa ci fai con una lumaca sulla schiena?” chiese. Nessuno aveva
sentito niente, ma i due quando erano molto vicini potevano sentirsi. Tutti gli
alberi erano in grado di parlare in realtà, ma non amavano farlo sapere. Lei lo
aveva scoperto per caso un giorno in cui si trovava sotto di lui e lo sentì
lamentarsi per il freddo. Lui d’altronde l’aveva scambiata per un sasso e si
era lasciato andare convinto che nessuno lo sentisse.
“L’ho portata con me,
ho pensato che un po’ di gioventù facesse piacere anche a te. Pensa che mi ha
chiesto di farle provare l’emozione della velocità.” e rise di nuovo.
“Perché ridi?” Chiese
la lumachina intenta a rifocillarsi, che non poteva sentire la conversazione.
“Niente piccola, mangia
tranquilla.”
“Infatti, perché ridi?”
chiese anche l’olmo.
“Ma come perché rido?
Io sono una tartaruga! Sono l’animale più preso in giro del mondo per la mia lentezza.”
“Beh anche la lumaca
non scherza. E poi scusa, lo vieni dire a me che non mi sono mai mosso di qui?”
“Va bene, ma questo che
cosa c’entra? Tu sei un albero.”
“Sarò anche un albero,
ma la gioia di due passi l’avrei tanto voluta provare.”
“Beh, anch’io avrei
tanto voluto godere della vista che ti è concessa. In tanti anni non ho mai
potuto vedere che a un palmo dal mio naso.”
Per quel giorno i due
non dissero altro, rimasero in silenzio, mentre la lumaca verso sera raggiunse
nuovamente il suolo, colma di felicità: quel giorno aveva viaggiato ad una
grande velocità ed aveva visto il mondo da una altezza mai raggiunta prima
nella vita. Tornò esausta al suo fazzoletto di terra dopo due settimane di
viaggio, e poco dopo morì in pace, con le antenne rivolte a nord, sognando di
volare.
martedì 30 luglio 2013
Un centimetro di nebbia
C’è qualcosa o qualcuno
che ci mostra continuamente guinzagli, catene, gabbie. Devono essere i nostri
fantasmi che mutano aspetto, che cambiano gli attori e gli interpreti intorno a
noi, pur rimanendo sempre loro. Si succedono gli scenari, i lavori, i partner,
ma è un po’ come essere alle prese con un’unica grande equazione personale da
risolvere, fatta di provocazioni, resistenze, ostacoli.
Questa è la sfida,
questa è la vita, bellezza!
Meraviglia e spavento. L’assenza
di conflitto e una consapevolezza permanente non sono di questo mondo. Qui c’è
sporcizia, imperfezione e questo gomitolo annodato ci obbliga ad evolvere di
continuo, con le buone o con le cattive. Più sai e meno sai, lo dicevano già
secoli fa. Più sai e più ti pare che ogni situazione non vada presa di impulso,
perché poi le cose difficilmente si rivelano come paiono in un primo momento. Così
ti fai chirurgo, gli occhi diventano strumenti, bisturi che spogliano, riducono
a principi, svelano archetipi, dando il tempo alla pelle di smettere di
bruciare. La chiamano realtà, ma è la più ingannevole delle menzogne. Eppure, delle
scelte vanno fatte e queste riversano comunque le loro conseguenze nel tempo. Quali
sono quelle giuste? Fortunato chi ha un cuore e lo usa, perché il
cervello è spacciato a questo punto, si infila in un vicolo cieco. Gli fa
orrore dover scegliere, non è mai d’accordo, del tutto pacificato. La libertà
fa paura, perché bypassa il ragionevole, per accedere al vero.
Sembra che non la vogliamo
più. La pelle anzi, ce la ipotechiamo il prima possibile. Ci precipitiamo a
scegliere un guinzaglio ed a costruirci una gabbia intorno, perché tutti fanno
così. Intanto, si paga un prezzo incalcolabile per una sicurezza fasulla,
mentre non abbiamo la minima idea di chi siamo, quali siano le nostre
attitudini e i nostri talenti. Cosa ci fa cantare l’anima quando lo facciamo?
La libertà sfida i
nostri limiti, i nostri schemi, i nostri pregiudizi. Le paure mai vinte, le
cose che non ci piacciono, da cui ci chiamiamo fuori a prescindere, nella convinzione
che così spariscano dalla nostra visione della vita, quando in realtà ce la
limitano ancora di più di quelle a cui abbiamo provato a dire di sì con l’esperienza. Scoprire il più delle volte che il bau-bau è
un palloncino che si buca con uno spillo. Una provocazione, un’illusione. La
realtà quando la smascheri, ti regala il lusso di dire di sì a te stesso e qualche
no in più agli altri. Ti allunga il guinzaglio, allenta la presa.
Mentre le certezze
illusorie si stanno sgretolando, è in atto un processo: quel senso di impotenza,
come se fossimo impigliati in una ragnatela senza scampo, ci svela che siamo
noi i ragni che l’hanno tessuta.
E la vita continua a
bussare alla porta, nonostante siamo ad un quarto d’ora dall’esaurimento
nervoso. Troppi mal di testa, mal di pancia, antibiotici, batteri e attacchi
kamikaze verso sé stessi. Troppi per
questo piccolo strato di nebbia di un centimetro.
Il muro invisibile
Vola giù con un soffio.
Cade,
per la voglia di
espanderti,
e di essere vivo.
sabato 22 giugno 2013
Luigi
Dopo un paio di anni da quando mi è stato
regalato, alcune sere or sono mi vedo improvvisamente
comparire davanti agli occhi prima di prendere sonno, la copertina di un libro,
“Opere morali” di Seneca. Me le ha regalate sulla
spiaggia di Lavagna, in Liguria, un ex rappresentante in pensione di nome
Luigi. Se è ancora vivo, cosa che gli auguro con tutto il cuore, dovrebbe avere
77 anni. Luigi era, anzi Luigi è di Milano, ed ha appartenuto ad un gruppo di anziani a cui ho fatto animazione in un albergo. Era l’estate
di 2 anni fa ed io nel giro di una settimana, in seguito ad una serie di eventi che non sto a
riportare, mi sono ritrovato in spiaggia a far fare ginnastica dolce, acqua
gym, ad organizzare tornei di bocce, briscola e burraco ed a mettere musica da
ballo liscio la sera. Belli. Com'erano belli quei 50 cuccioloni. Luigi era
uno di questi. Vedovo, mi parlava spesso del suo unico figlio; era ancora un
bell’uomo, Luigi: alto, magro, distinto, con tutti i capelli bianchi e
leggermente mossi. Ricordo che non sempre si faceva tirare in mezzo alle
attività, però aveva un modo tutto suo di partecipare e di dare comunque
qualcosa. Amava commentare con me i fatti di attualità, seduto sotto
l’ombrellone mi chiamava per commentare la prima pagina del Fatto Quotidiano e
ricordo che gli piaceva molto sentirmi dire la mia un po’ su tutto. Beh,
l’ultimo giorno prima di partire, mi si è presentato con Seneca incartato per
donarmelo. C’era anche un bigliettino dentro che recitava: “Grazie Massimo per
la tua amicizia.” Si era sbagliato per tutta la vacanza, mi aveva sempre
chiamato cosi, Massimo. Per lui ero Massimo, non Mauro. Chi se ne frega, mi
poteva chiamare anche Giorgio per quanto mi riguardava. Grazie Luigi! Grazie
mille. Sono due giorni che ho preso questo libro in mano ora e non riesco a
separarmene. Sono armato di una matita mentre lo leggo, cosa che riserbo solo
ai libri che mi educano. Porca miseria che libro. Lo sapevo, lo sapevo. Sempre
lì mi tocca di finire, nei libri. Quanti sassolini lasciati da chi ha già
percorso il sentiero della vita. Per i posteri si scrive, per loro. I
contemporanei non ti capiscono, non ti possono capire. Sono dentro il
frullatore e tu per scrivere ti sei arrampicato sulle pareti, hai svitato il
tappo e ti sei gettato giù dall’altra parte. Il tempo di dire ahia che botta,
di asciugarti un pò al sole, che cominci a scrivere, a riportare cosa vedi da fuori
il frullatore. Come puoi essere capito o visto da chi va a migliaia di giri, mentre
tu sei fuori che lo guardi? Chi si accorge di te e già tanto se non ti fa
fuori. Chi sei tu? Perché sei saltato fuori dal frullatore? Quante storie. Non
ti piacciono quelli che fanno i trenini alle feste? Non ti divertono i trenini?
Cosa pensi, che alla gente piacciano? Se lo fanno, dovranno pur divertirsi,
penso. O no? Ma che ti frega di fare sempre domande, fatto una volta, ti togli
il pensiero, fa come gli altri, no? No. Luigi, Luigi caro, quanto amore c’è
stato da parte tua in quelle chiacchere. Quanta solitudine. Anche tu non amavi
il frullatore. Non te ne fregava un cazzo di scannarti con gli altri per giocare
a bocce. Te ne stavi sulla sdraio a contemplare il mare. In vacanza con il
Comune di Milano. Gruppo anziani, tutti a Lavagna in albergo a tre stelle. La
moglie che non c’è più, un figlio dentro la sua vita. La solitudine dignitosa,
non ti ho mai sentito lamentare o mettere su la faccia del cane bastonato. Ma
che ne sanno i pivelli come me? Ti rompevo tutti i giorni per farti giocare,
partecipare, divertire. Poi però mi sono fermato, mi sono messo ad ascoltarti.
Tu come altri, mi avete aperto il cuore, raccontato la vostra vita. Grazie.
Anche da parte di Seneca. Amava scrivere a Lucillo riportandogli un pensiero,
una frase del giorno che lo colpiva e che sceglieva per rifletterci su. Te ne
lascio una anche io amico mio, anche se non sono stoico, nè epicureo: “Se vuoi
conoscere la vita, inginocchiati ai piedi di una persona anziana, o se sei
scomodo, anche seduto su una sdraio sotto l’ombrellone, va bene lo stesso. Ti
basterà donargli un poco di attenzione, ma bada che sia sincera, che ti
ripagherà di un amore più grande del tuo, poiché ci ha a che fare da molto più
tempo di te, e sa come si tratta”.
giovedì 6 giugno 2013
Tizzoni di carne
Oblio,
orrore,
silenzio di un’anima
ferita a morte.
Qualche scintilla,
qua e là,
null’altro.
Ma che miracolo
nel sonno
che tutto avvolge.
Pochi superstiti
ardono,
invisibili
agli altri uomini
da sempre intenti,
ostinati
a strapparsi gli occhi,
per non vedere.
Occhi,
che si rigenerano ogni notte,
al lume
di quell’incerte fiammelle,
come viscere
di Prometeo.
lunedì 3 giugno 2013
Endgame Before
Nel cuore
di chi odora la vita,
un fiume
apre il passo.
Scuote ossa,
muove dita.
Corre il risveglio,
disegnando
al suo passaggio
un letto caldo,
lento massaggio.
L’uomo
che si arrende,
prima del finale di
partita,
ama.
Ed è salvo.
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