martedì 9 aprile 2013

Qualcuno ci guarda


“Certo che gli essere umani sono proprio stupidi, mamma.”
“Ma che dici, tesoro? Ti sembra il momento di parlare di queste cose? Dormi, amore mio”, disse mamma lombrico al suo piccolo dopo avergli infilato il pigiamino profumato.
“Sono gli unici a potersi permettere un’anima tutta per loro, e trascorrono  la maggior parte del tempo a lamentarsi e ad essere infelici. Sono degli sciocchi!”, continuò il piccolo.
“Ma che dici? Dove hai sentito queste cose?”
“L’ho sentito dire da papà, l’altra domenica alla riunione nel bosco! Anche Petrus, il grillo, ha smesso di saltare per ascoltare.”
“Ah sì? E che cos’altro ha detto papà?” proseguì incuriosita.
“Ha detto che è tremendamente ingiusto che gli uomini abbiano una tale fortuna, perché non sanno che farsene. Tutti gli animali al massimo si possono permettere un’unica anima per specie e la devono condividere a migliaia o centinaia di migliaia, eppure non si lamenta nessuno!”
La madre sorrise, era così orgogliosa di aver sposato un lombrico così. Spesso non capiva cosa dicesse, ma sentirlo parlare l’aveva sempre affascinata terribilmente. E le venne in mente la sera in cui si erano conosciuti: lui, con la scusa di andare di fretta, l’aveva sorpassata sfiorandola, salvo fermarsi all’improvviso, tanto che lei poveretta ci aveva sbattuto contro. “Mi scusi signorina se ho frenato così bruscamente, devo aver perduto qualcosa.” esordì lui. “Perduto cosa?” le aveva risposto indispettita. “Temo tutto il tempo che non ho trascorso con lei prima di oggi….” Disse sospirando. Già, era cominciata proprio così.
“E poi, cosa ha detto ancora tuo padre?” ritornò al suo piccolo, divertita.
“Ha detto che mentre tutti, proprio tutti, hanno un periodo per fare i piccoli, per dormire per mesi o per spostarsi in certi posti tutti insieme e in un momento preciso, loro, gli uomini no! Possono fare i cuccioli quando vogliono, dormono quando gli pare, vanno dove vogliono e fanno quel ci piace! E con tutto ciò, sono infelici!” disse emulando il padre, senza capire una sola parola di quello che aveva ripetuto con tanta solennità.
Mamma lombrico scosse lentamente la testa e sorrise al piccolo Liam:” Ora dormi campione! Che se no domani strisci dal sonno!”
“Ma mamma noi già strisciamo..”
"Dormi!" Era proprio tutto suo padre.

domenica 31 marzo 2013

Vento in poppa

Vento che soffia via tutto. Spazza col sole, con la pioggia. Picchia la pelle, gira gli ombrelli, duella con le sciarpe per attaccarti alla giugulare. Dove bisogna mirare. Questa volta, mostro il collo. Spazza il pomo o vento, porta via tutte le urla soffocate. Restituiscile al cielo, qui oramai ostruiscono il fiume. Sono morte insieme alle tonsille, un giorno adulto. Adulterio, tradimento di chi  ha voltato le spalle violando un patto sacro. Quanta straripante innocenza in quei piccoli occhi per comprendere lo scempio: via a sorridere sulle nuvole, mentre qualcuno ha nascosto sotto un’ugola assettata di vita, il fuoco di un dolore grande da sopportare. Come polvere sotto un tappeto. Vieni vento, rinfresca. Divampa, che bruci tutto, si mondi, purifica. Carezza ruvida, ti apro i polmoni e inspiro profondamente. Vieni o vita, spalancami da dentro, entra in me fino all’osso sacro. Accendi il serpente, che morda il culo allo struzzo con la testa sotto la sabbia. Digli di guardare, che può guardare senza scappare, senza abbassare lo sguardo. Le sue sono piume di giustizia, tutte uguali. Da farsi aria, come un antico faraone. Mira alla gola e libera un canto, una nenia di  babbuino che sorseggiando latte cosmico aggancia un destino. 

martedì 26 febbraio 2013

Digestioni parallele


Il polpo con le patate. Un mollusco ed un tubero si incontrano. Uno vive sott'acqua, l’altro sottoterra. Se non fosse per l’uomo, mai verrebbero a contatto. Sfortunatamente, l’incontro è del tutto inconsapevole e i due si ritrovano a condividere il destino di essere cibo per la vita, continuando ad ignorare la reciproca esistenza. Un po’ come succede a noi uomini, quando facciamo il percorso contrario. Sottoterra ci finiamo da morti e grazie all'incontro con vermi e batteri, veniamo di nuovo immessi nel ciclo della vita.
Anche da vivi, quando dormiamo, succede di diventare cibo. Angeli o demoni sono ghiotti di noi. Se non fosse per loro, mai incontreremmo i sogni e gli incubi che si muovono nelle gambe, nei cuori e nelle teste di chi li ha sognati. E così anche sogni,  incubi e uomini condividono lo stesso destino.
È buffo! C’è sempre qualcuno o qualcosa che si nutre di qualcun’altro. Il polpo non lo sa, ma cammina in superficie nei passi di chi se n'è nutrito. Come l’uomo non lo sa, ma è un piatto succulento e vive in altri regni. Dove per fare sogni meravigliosi serve un’anima che faccia un po’ di luce, affinché altra Luce la riconosca e scenda su di essa a banchettare.


domenica 6 gennaio 2013

Viaggio sul divano


Mi sono posato sul divano per un piccolo tempo, come i panni asciutti quando vengono ritirati dallo stendino e ci transitano prima di finire nei cassetti. Volevo riposare, pensare, perdermi per un attimo senza dovermi preoccupare anche del mucchietto di carne e ossa che mi porto a spasso e la sua ansia. Io e il divano abbiamo fatto un viaggio. C’era anche quello strofinaccio sul bracciolo e la coperta rossa in pile a proteggermi i piedi allungati sulla sedia. Fra le mani un libro. Bruciavo di collera e distruzione. Mi odiavo. Ero sprofondato nel girone infernale del “non”. Non sono capace di amare, non sono un figlio meritevole di amore, non saprò mai trattare con un figlio, non voglio un figlio, non sono un borghese, non è la persona giusta quella accanto a me, non c’è una persona giusta, non sono in grado di combinare nulla di buono, non sono affidabile, non sono buono, non capace, non ho talenti, non amo le feste, non amo la gente, non amo me stesso, non amo nessuno. Non ha senso quello che ho cercato di fare finora, non ho speranza, non merito nulla, non valgo nulla.
Niente male. D’un tratto però, il sedicente libro mi centra la brocca con un fulmine e per farmi scoprire che in verità nessuno mi ha fatto niente. Possibile? Uno passa il tempo a rovinarsi l’esistenza, a soffrire in santa pace e a sentirsi vittima incompresa e praticamente anche il peggiore degli stronzi, in realtà non fa altro che mostrarmi, darmi conferma, di quali sono le cose che credo vere di me stesso. Di non avere o essere questo o quest’altro per il semplice motivo che in fondo sono convinto di non meritare di avere o di essere questo o quest’altro, anche se mi racconto il contrario. Ma per favore, questo è pieno delirio New Age.
Accuso il colpo. Questa tesi mi dà sui nervi e mi difendo con i denti: tutte cazzate. Sti libri sono tutti uguali. Tanto cosa avevano detto i Maya? La fine del mondo è già arrivata da qualche giorno, e cosa è successo? Un bel niente, ecco cosa! Magari fosse successo, in realtà il mondo è il solito schifo di sempre, pieno di gente cattiva e se ne va in malora. Che ci vada in malora, allora. Poi c’è la crisi, tanta crisi. Crisi. Mi incanto così, come un disco rotto, con gli angoli della bocca amareggiati e lo sguardo perso nel vuoto.
Quello che speravo, approfittando dell’attimo si accende l’altra metà del cervello, mi allaccio la cintura e finalmente il divano decolla. La partenza è turbolenta.
Danza la vita fra le mie dita, buffone, ciarlatano, venditore di sogni. Svelatore di illusioni, sollevatore di peso, illusioni di un vilipeso. Amico superstite di un angelo umano a spasso per il pianeta, riempie le orecchie di giovanotti ballanti. Quel che mi occorre è lo spazio nel tempo, due coordinate da mettere su un grafico cartesiano, saltarci su e remare con la x e con la y salendo in mezzo alle stelle, facendo un giro intorno alla luna per tirarle un sassolino e vedere se si increspano i contorni. Voglio sapere di rivolgermi alla Luna per davvero, non al suo riflesso argenteo in qualche laghetto. Su a pescare braccia di burattini che si muovono. Un piccolo principe che gioca le storie degli uomini con la sua amata rosa al riparo vicino a lui. E la Maddalena in altalena, su e giù per l’universo, fino a sciogliersi nel palato sotto forma di biscotto.
E’ fatta, sono in orbita. 
Chiudo gli occhi e mi ritrovo in cortile dalla nonna a tirarmi su dopo essere scivolato con la ruota della bicicletta su quella ghiaia maledetta. Mi vedo andare in bici dal balcone del secondo piano. In piedi, arrivo appena alla ringhiera. Sotto ci sono sempre io in bici, su il cielo invece è di azzurro e panna montata di nuvole. Mi sdraio sulle piastrelle levigate rosso mattone del balcone e guardo al contrario. Con la testa e il naso per aria mi infilo con la nuca fino al bordo dove finisce il balcone, mentre con le manine mi aggrappo con tutte le forze alla ringhiera per tenermi. Il gioco è durare più a lungo possibile senza farmi vincere dalla paura del vuoto che sento sotto la mia testa. Se cado mi ammazzo. Se guardo sotto mi paralizzo e fuggo atterrito verso la finestra che mi riporta in cucina. Se guardo in alto invece, perdo il senso dell’orientamento. Vertigini al contrario. Eppure quanto sono lenti e magnifici quegli attimi dilatati. Senza avvertire lo spazio, il tempo si espandeva fino a diventare immobile. Quanto duravano quei giochi a testa all’insù e le mani strette per non perdere del tutto il contatto? Sembrava non passare mai. Da piccolo, ero in grado di fermarlo, il tempo. Oh, oh.
Ho guardato di sotto, il viaggio è finito, sono di nuovo in salotto.
Quanto è durato? Non lo so, ma per un momento, ci sono riuscito. Mi sono dimenticato di me sul divano, aggrappato al libro come alla ringhiera, per andare in un mondo di figure geometriche a giocare con le nuvole di panna montata. Ho preso un cono di vecchi e legittimi capricci inascoltati da guarire e sono tornato.

mercoledì 19 dicembre 2012

Fine del mondo overbooking


Amore, con questo vestito sei la fine del mondo.

Quest’anno a Norcia si è svolta un’insolita gara fra salumieri valida per il guinness dei primati: il taglio della fetta di prosciutto più fine del mondo.

Secondo un sondaggio americano svolto alla fine degli anni ’90, l’attrice Audrey Hepburn è stata giudicata la donna più fine del mondo di tutto il XX secolo.

L’allenatore di calcio Emiliano Mondonico, detto “il Mondo”, nell’ultimo anno ha sconfitto per ben due volte la malattia. Molti tifosi e addetti ai lavori hanno temuto per la fine del Mondo.

Dicono che il mondo abbia un’anima di nome Gaia. Ma nessuno è a conoscenza dei suoi piani. Chi sa qual è il fine del mondo?

Il miele di castagno con questo formaggio stagionato, è la fine del mondo, te l’assicuro.

sabato 17 novembre 2012

Polpette di speranza


Roma, quartiere Testaccio. Alle mie spalle il teatro Vittoria. Qui seduto su di una panchina, consumo la mia cena alle ore 18. Presto, molto presto, ma oggi è un giorno particolare, stasera sono in scena, qui a due passi, al Teatro Antigone. La cena prevede quattro polpette al sugo, una leccornia che mi riporta indietro nel tempo. Francesca, me le prepara quando vuole coccolarmi, sa che le adoro. Le faceva mia nonna paterna, quella napoletana, la domenica a pranzo. L’odore si è impresso fin da bambino e non l’ho più dimenticato. Con la sua morte, insieme a lei se n’è andata una sapienza da donna di altri tempi e ahinoi anche le sue polpette. O almeno come le preparava lei, con la mollica di pane nell’impasto. All’epoca dell’arrivo a Torino della famiglia di mio padre alla fine degli anni sessanta, l’aggiunta della mollica era un modo per allungare il più possibile la carne che ci si poteva permettere di comprare. La famiglia numerosa, sei figli ed una moglie casalinga. Quelli in età da lavoro tutti diligentemente assunti in qualche fabbrica od officina. Un classico della Torino e Milano di quegli anni. Così la domenica, il mastodontico lavoro per mia nonna di dover pensare al pranzo, la cena e alle pietanziere del lunedì per i lavoratori. Mio padre mi ha raccontato che il massimo del piacere consisteva nel ritrovarsi il lunedì con i maccheroni al ragù nella vaschetta d’acciaio grande e due polpette con un po’ di patate fritte mischiate con il sugo in quella più piccola, per il secondo. Come dargli torto. Ricordo bene nella mia piccola parentesi da operaio, a cui mi sono ribellato, il  gusto della sorpresa nel rito di aprire il contenitore del pranzo. Spesso, unica fonte di conforto per l’intero arco della giornata. Ebbene, quelle polpette lì della nonna, quelle non ci sono più. Trent’anni di matrimonio infatti, non sono bastati per convincere mia madre ad usare la mollica nell’impasto. Lei le fa di sola carne, dice che sono migliori. Non è vero, non è la stessa cosa, ma non c’è stato verso. Così, niente più mollica e magica consistenza. Ma non è per via delle polpette che ho provato un sussulto di speranza. Speranza vera, da farmi dimenticare le polpette (anche se devo dire che Francesca la mollica la mette, ce l’ha già nel dna,  per mia fortuna). A venti metri da dove sono seduto, diversi bambini dai sei ai dieci anni stanno giocando a pallone. Il loro vociare da pulcini è incessante. Ad un tratto, in un momento in cui lo sguardo è rivolto verso di loro, uno dei più piccoli viene colpito in pieno volto da una pallonata. Nonostante abbia fatto in tempo a ripararsi un poco con un braccio, viene abbattuto come un birillo, in modo piuttosto comico. Succede però l’inatteso. Invece di scattare sfottò o sentire risate divertite, tutti si fermano, i più grandi in testa,  gli si fanno intorno per rimetterlo in piedi ed assicurarsi delle sue condizioni. Qualcuno scruta il viso, altri lo abbracciano, pacche sulle spalle. Altri ancora si prodigano per rincuorarlo e farlo sorridere. Senza nessuna fretta, riprende la partita. Nessun cinismo, aiuto dai più grandi, affetto, amore. Sono rimasto lì con la forchetta in mano, come un pezzo di baccalà. Ho fatto uno sforzo per riportare la memoria alle mie partite di pallone in cortile, e mi è venuto in mente di una volta che ricevetti io una violenta pallonata in pancia da farmi piangere e trattenni le lacrime per non essere ulteriormente deriso, o un’altra in cui subii le botte e le angherie dei più grandi, mentre con il mio migliore amico venivamo gonfiati come zampogne. La famosa legge della strada.
Un’ora prima intanto alla fermata del bus, due adulti di più di quarant’anni si erano appena azzuffati con le mani al collo perché uno aveva ostruito la discesa all’altro. Da parte dei passeggeri tanta eccitazione tutto intorno, fra chi voleva sapere chi avrebbe voluto la meglio, conducente compreso che si godeva la scena.
Alla fine, vedendo questi bambini, ho sorriso e mentre ritiravo le mie cose ho pensato che c’è speranza, l’essere umano ha ancora speranza. Questi, mi sono detto, sono diversi, questi rimettono le cose a posto. I bambini della nuova specie stanno arrivando a migliaia. 

mercoledì 14 novembre 2012

Rivelazioni 2


La cerbottana è un’arma dai facili costumi.
La gravidanza è un ballo per donne incinta.
Il calcestruzzo si prepara mettendo la testa sotto la sabbia.
La carta velina non fa provini.
I lampioni sono frutti di bosco che si vedono anche di notte.
Una cicogna non si è mai sognata di dire ai propri figli che sono stati portati dagli uomini.
Il violoncello è un incrocio fra una viola e il limoncello.
I contrabbassi sono il sindacato delle persone alte.
Il bucato è un insieme di panni tossicodipendente da ammorbidente.
Nella raccolta differenziata, la carta-vetro dove si butta?
Un disco in vinile non incolla.
Un libro giallo ha problemi di fegato.
Una riflessione, è una flessione fatta più volte.
In mare, uno pesce di casa.
Un flauto traverso non va giù al musicista.
A Riace, ci sono almeno un paio di facce di bronzo.
Un maglione è un grande pugno.
Il salmone è un pezzo della Bibbia particolarmente lungo.
Un fungo anche se non si annoia fa la muffa, non si sa mai se si sta divertendo.
Un marchingegno, è un cervellone di Ancona.
Un gabbiano è un culo in prigione.
L’orchidea è la divinità femminilità degli orchi.
L’orcodio, no.
Un pupazzo è un peluche folle.
Un profilattico è un attico visto di profilo.
L’intonaco è un monaco intonato.
Il surrealismo è un movimento che ha portato lo spirito Dalì…a qui.
Un calabrese migrato a torino ama l’anduja quanto il Gianduja.
Un coccolone è un infarto per mancanza di coccole.