Sei Bello. L’hai notato? Presto! Tutto accelera, anche se è fermo. Staziona alla
velocità della luce. Lontano, lontanissimo dal punto di partenza. O sempre nello stesso punto, ma in luoghi diversi? Mosso da lì? Quanto spazio fa? Universi. Salti, passaggi, ripide, appena un attimo
fa, uno scenario prima. Sembra un’altra vita o è la stessa? Ogni tanto preso e inchiodato ad un incrocio. Corso Troppo, angolo Corso Male. Muori. Buio. Non ricordi più
niente. Risorgi. Luce. Bruco, farfalla, bruco, farfalla. Quanto dura? Dove dura? Il
tempo di un orgasmo. Corto circuito nel prendere sonno. Chi si risveglia al
mattino? A che ora di quale letto? Dove sono stato la notte? Dolore che
provo, è il corpo o la mente a soffrire? Perché fa male un arto amputato che
non c’è più? Perché se mi addormento profondamente vicino ad un fuoco, non mi sveglio se dei carboni ardenti mi raggiungono? Eppure, il mal di stomaco si
sente, come il calore delle lacrime che rigano il viso. È acqua. Da sopra, da sotto, prima e
dopo. Poi? Di nuovo: preso, inchiodato ed asciugato al Sole. Il grande Beato. O beota? Cancella tutto, solo luce, un soffio, un respiro e ci si alza. Che ore sono? Dov’è il mio letto? E' il
giudizio universale? Mi sono preso del tempo, per fare spazio? Per cosa? Ciak! Azione. Farfalla.
venerdì 29 gennaio 2016
lunedì 14 dicembre 2015
Paura e Amore
Dentro,
fino al collo.
Giusto.
Giusto.
Potessi scorgervi in
tempo,
dove sarebbe il gusto?
Assi piglia tutto.
Fiammeggianti.
Non io.
Cieco,
dall’altra parte del muro.
Un mendicante assetato,
un ignaro miliardario.
Pozzo colmo
di fresca acqua
che getta il secchio
sulla terra,
raccogliendo sassi.
Mi manco.
Cecchino senza mira,
per troppa ira.
Ma perennemente toccato
dall'Anelito,
che non spira.
venerdì 4 settembre 2015
Gita fuori porta...del tempo
Volete venire con me? Vi
porto dove è già successa la catastrofe, dove sono crollate le strutture che
hanno fatto fuori quasi tutti. Sono sopravvissuti in pochi. Che tonfo sordo.
Una civiltà è crollata come un castello di carta fra il cinguettio degli
uccellini e il gracchiare delle cornacchie. La polvere ha oscurato il cielo per
giorni, poi si è posata e il Sole è tornato a splendere riempendo un silenzio
dimenticato da millenni. All’inizio, si è creduto non fosse rimasto più
nessuno, poi dai sotterranei sono usciti di nuovo gli uomini. Pochi
sopravvissuti. Impauriti, increduli, ma vivi. Hanno ricominciato ad accendere
il fuoco per scaldarsi. Per internet e il condizionatore ci sarà da aspettare
parecchio. Le donne sembrano quelle che hanno assorbito meglio il colpo. Si
danno da fare con quello che c’è e riescono a tirare su il morale ai maschi.
Neanche questo armageddon ha colmato il divario, rimangono le più evolute. Gli
unici che però paiono davvero a proprio agio sono i bambini. Hanno gambette
agili sopra le macerie e inventano giochi che neanche la playstation. Per buona
parte del tempo, si sta col naso per aria a scrutare i frutti degli alberi.
Pare sia tutto più buono adesso. Una mela, un fico maturo, una pesca
succulenta. Il dubbio però è che forse non è merito della frutta, quanto dell’attenzione
che viene loro dedicata. Con tutto questo silenzio e con i supermercati sepolti
nel mondo che non c’è più, raccoglierla e mangiarla dagli alberi viene
ringraziato nel cuore che neanche andare a messa era così sentito. Certo, fa un
po’ freddo la notte e bisogna stare vicini e al riparo, ma la gente ha
ricominciato a parlarsi intorno al fuoco. Si raccontano storie fino a che i
bambini non crollano fra le braccia delle proprie madri. Qualcuno canta a
volte. L’altra settimana hanno preso un piccolo cervo. Hanno chiesto il
permesso al Grande Spirito prima di ucciderlo e gli hanno offerto la sua anima
dopo averla ringraziata. C’è però fra chi si è salvato, qualcuno che ha
ricominciato a saccheggiare e uccidere. Il più vecchio del gruppo ha detto che
lo Spirito non si è ancora placato e che forse a breve pioverà e non smetterà
più. Qualcuno ha cominciato a costruire una grande nave di legno con una stiva
gigantesca. E no, eh.
sabato 7 marzo 2015
23! Bucio de c...
Avrò avuto quattro anni. Mia sorella sette. Era una domenica mattina di tarda primavera, quando il sole sta scaldando i muscoli. L'ideale per volare
sopra la città. Con un aereo vero e proprio, perché di voli con la fantasia avevo già il patentino. Il mio passatempo preferito consisteva nello sdraiarmi
sulle piastrelle amaranto del balcone di mia nonna, per fissare il cielo e il
movimento delle nuvole. Quanto silenzio faceva la mia mente, allora. Oggi, devo stancarmi come un cavallo, sfinirmi per oltrepassare la coltre dei
pensieri. Ricordo il rombo di quel piccolo velivolo. A fianco del
pilota sedeva il mio papà, dietro la mamma in mezzo a me e mia sorella. Passai il tempo a guardare la strumentazione di bordo, stordito dal rumore del motore. Anche perché non arrivavo al
finestrino. Mi avevano legato come una salsiccia, non vedevo quasi nulla. Ero stato più affascinato dal maneggiare del pilota e dalla bocca di mio padre che vedevo muoversi, senza capire cosa dicesse. Sembrava un pesce. D’altronde, anche quando lo sentivo, ero molto più sensibile ad un incomprensibile tono duro che alle parole. Comunque, fare una
cosa apparentemente eccezionale come volare, era stato meno affascinante
dell’immaginarlo. Sarà lì che ho cominciato a fuggire nell’immaginazione? Credo di no, ma quando mi sdraiavo a fantasticare dimenticandomi di me stesso, rotolavo in piena estasi fra soffici nuvole che prendevano vita, diventavano personaggi di storie mirabolanti, cose, animali. E se mi voltavo, sotto di me c’era il
vuoto. Mia nonna abitava al secondo piano. Cosa darei oggi per farle una sorpresa, suonare il citofono, farmi aprire. Lei non c’è più da ventitré anni. A Roma, quando si esclama: “23!”, qualcuno ti risponde con un sorriso “..bucio de culo!” Il ventitré porta bene.
E quanto me ne ha portato. Nessuno mi ha voluto bene come lei. Nessuno. Si
sarebbe fatta ammazzare cantando per me, senza pensarci. L’unico esempio di
amore incondizionato che abbia conosciuto, ma che fortuna avere qualcosa da cui attingere. Di quella gita in aereo, mi rimane un acufene e l' eccitazione di mia madre e mio
padre. Un piccolo momento di famiglia felice, a cui non ho mai partecipato. Io e mia sorella
dietro, avevamo già perso la spensieratezza, eravamo stati trasformati nei loro genitori, come capita a milioni di cuccioli messi al mondo da bambini che a dispetto delle apparenze, non sono mai diventati adulti. Poverini. Figli come oggetti di proprietà di cui disporre a piacimento, da succhiare loro l'amore fino all'ultima goccia. Certi genitori andrebbero ammazzati. Io li ho perdonati. Forse. No.
Se potessi tornare
indietro, mi accosterei a me stesso nella culla. Vorrei sedermi vicino ed
accudirmi in silenzio per tutto il tempo del mio dormire. Vegliarmi. Vorrei stare
lì, guardarmi, struggermi del più dolce amore mai provato, accarezzarmi la
testa. Sussurrarmi la persona meravigliosa che sarei diventata. Vorrei essere lì
per proteggermi, per riversare su di me tutto l’amore che meritavo, perché figlio,
perché creatura. E se mi fossi svegliato e avessi cominciato a piangere, avrei
voluto essere lì per prendermi in braccio, facendomi sentire
al sicuro. Mi sarei calmato cantandomi una nenia, un dolce miele per le piccole
orecchie di quel dono di Dio che sono stato. Io, madre e padre di me stesso. Felice di
avermi avuto.
lunedì 2 marzo 2015
Allacciati le scarpe!
“Se il mondo va tutto al
contrario di come dovrebbe, cosa dovrei fare? Andare al contrario pure
io?”
Così pensava, mentre si
allacciava le scarpe. Cosa che faceva del resto più volte al giorno perché gli
si slacciavano continuamente. Era un campione di scarpe slacciate. A volte,
sfinito, le lasciava com’erano. Eppure le stringeva forte, o almeno così gli
pareva. In realtà, si abbassava in automatico, compiva il fiocco ma sul più bello un pensiero lo portava via e nel rimettersi in piedi, le mani lasciavano la presa anzitempo e il
nodo durava poco. Così era costretto a doversi fermare in
continuazione, ed i pensieri insieme a lui. La scarpa slacciata lo richiamava alla realtà costringendolo a cambiare
posizione ed inginocchiarsi in un involontario atto di umiltà. Sentiva anche una
voce sussurrare: “Allacciati per bene le scarpe!” Gli sembrava sua madre, ma
poi si voltava e non la vedeva.
Sua moglie lo prendeva in
giro. Era incredibile. Quando andavano a passeggio insieme soprattutto per le
vie del centro, ad un certo punto lo vedeva sparire nel bel mezzo di un
dialogo, oppure distratta da persone e cose tutte
intorno, si accorgeva di essere rimasta sola e voltandosi lo vedeva accovacciato
per terra, imprecare contro i suoi lacci. Magrolino com'era di costituzione, aveva due
zampette da gallina che sembrava una gru e pativa a tenerle al chiuso dalla mattina alla sera era. Fosse stato per lui le avrebbe tenute libere, peccato che l’uomo si fosse dato da fare nel tempo a
posare asfalto dappertutto. Un isolante a terra, l’altro coi lacci ed
ecco che la frittata era fatta. Tutti staccati da terra. Ma se il mondo andava
tutto al contrario, cosa doveva fare, andare al contrario insieme a tutti
gli altri?
E' chiaro che fossero
tutti mezzi matti. Staccati così da terra come si poteva essere altrimenti? Era
come voler abbracciare qualcuno da dentro una bara.
Il bello è che alcuni l’accusavano
di non avere i piedi per terra. Sfido che
non li avesse, ma almeno conosceva il motivo, sentiva l'assenza di quel contatto, consapevole di essere infilato in un profilattico fino
alle caviglie. Forse era fra i meno
matti di tutti, ma tragicamente in minoranza. Così se le infilava pure lui, ma
una parte recalcitrava e infatti le sue scarpe si slacciavano in continuazione.
Qualcuno avrebbe pur
dovuto farlo notare però, prima o poi, che erano tutti staccati da terra.
“Scusi?..Scusi lei,
guardi che ha i piedi staccati da terra. Faccia qualcosa perché ho sentito dire
che si diventa matti!”
“Ma vada al diavolo!”
Ecco, lo sapevo.
“No, guardi che io proprio
da lui sto tornando. Dal diavolo intendo. Non ci crederà mai, ma all’inferno,
per quanto sia stato dipinto come un luogo terribile, non esistono né asfalto, né
scarpe. Vedesse che vitalità laggiù che hanno. E poi…”
“Vieni andiamo via
Giovanna, questo è matto.”
Strategia di
comunicazione. Ecco quello che gli mancava, non ne aveva mai avuta. Troppo diretto. Le persone non sono predisposte a sentirsi dire la verità.
“Ehi ma dove va? Aspetti!
Non ho finito. La cravatta! Si tolga quella cravatta per dio, è importante. Non creda a
tutte quelle cose che le hanno raccontato, che fa chic, elegante, una persona distinta
e perbene. E’ un guinzaglio, non uno status symbol. Un dannato cappio, mi
capisce? Ci hanno preso per
i piedi e per il collo. Come polli! Ma non lo vede anche lei?”
Niente è andato, non mi
sente neanche più, s’è mischiato in mezzo alla folla.
martedì 14 ottobre 2014
Incontri sotto la pioggia
Camminare nel parco quando piove, in giro non c’è nessuno. Si sente solo il rumore della pioggia sugli alberi, il fiume scorrere gonfio ed un fruscio di foglie gialle e rosse sotto gli scarponi.
Il parco cittadino oggi pare un altro. Sa di natura indisturbata. Una sensazione che mi riporta indietro di qualche mese, in Canada, ad una piovosa escursione nell'immenso parco di Algonquin, nell'Ontario. Un paradiso che alterna boschi rigogliosi a decine di laghetti puntellati dal lavoro dei castori. Non c'era nessuno in giro anche quella volta, solo
io ed un’altra matta. Quella mattina, avevamo avuto un incontro speciale. In un punto dove il sentiero lasciava il
bosco, per aprirsi su una baia coperta di ninfee, era comparsa la figura statuaria di un grosso animale. Pareva imbalsamato, lì per farsi ammirare dalle famigliole di turisti a spasso nelle
giornate soleggiate. Il
tempo di voltarmi per segnalarlo che quel cesto di corna si era voltato, per guardarmi: si trattava di un maschio di alce. Alto, molto alto. Ma quanto è alto un alce? Gli arrivavo a malapena
all’inizio del sedere. Era più grande di un cavallo, ma per mia fortuna, non avevo perso la calma. Dentro di me avevo cominciato a ripetere come un mantra: "E’ erbivoro…è erbivoro…è erbivoro…" per non pensare al fatto che ci trovavamo a cinque metri di distanza, in
mezzo al nulla. Eravamo noi gli intrusi, lui era a casa sua e se avesse voluto con un calcio o una carica, ci avrebbe messo ko in un secondo. Il giorno prima in ostello, avevo letto una serie di consigli utili in caso di incontro con un
orso: non scappare correndo, non salire sugli alberi, parlare in modo monotono
lentamente, con calma. Se non se ne va, cominciare a tirargli dietro tutto
quello che capita sotto mano. Non molto rassicurante, ma d'altronde non l'aveva ordinato il medico di andare in mezzo ai boschi sotto la pioggia ad arrischiare incontri.
Intanto, l'alce continuava a fissarmi. D'istinto, avevo allargato lentamente le braccia e cominciato a farfugliare qualcosa, come se parlassi ad un grande capo indiano: “Vengo in pace, sei bellissimo, non ci fai del male, vero? Scusa se ti abbiamo disturbato”. Eravamo tutti e tre lì immobili e fradici di pioggia, quando siamo entrati in contatto con lo sguardo, e mi sono sentito letteralmente leggere dentro da un’intelligenza che non mi aspettavo. Non solo stava valutando se eravamo pericolosi, ma sentivo che aveva coscienza. Da parte mia, avevo cercato di eliminare tutta la resistenza che potevo. Ed aveva funzionato! L’amico si era voltato per riprendere a mangiare foglie dagli alberi come se nulla fosse. Era il segnale che eravamo stati accettati. Più tardi, in ostello avevamo scoperto di essere stati fortunati perché difficilmente si fanno vedere, tanto meno avvicinare. E solo quando pioveva molto scendevano così a valle. D'altronde, quel giorno gli unici cretini in giro eravamo noi; col senno di poi l'ho immaginato sorpreso a pensare “ma che ci fate qui, esauriti? Non vedete come piove?” Rassicurati, ora l'osservavamo mangiare, rapiti. Era semplicemente bellissimo. Maestoso, fiero e buono. Ogni tanto si fermava e ci guardava. Dopo qualche minuto però, mi era ripresa l’agitazione. Scampato il pericolo, la preoccupazione era per la pioggia battente e per noi che dovevamo per forza passare di lì, per proseguire. Non volevamo innervosirlo, ma eravamo molto vicini e la sua mole sbarrava la strada. Ci eravamo così avvicinati lentamente cercando di passargli il più lontano possibile, come Fantozzi e il ragionier Filini che si tenevano per mano. D’un tratto aveva smesso di mangiare e rinculato con le zampe posteriori, ma poi aveva fatto uno scatto e cominciato a correre nella direzione in cui dovevamo andare pure noi. Poi si era fermato per ricominciare a mangiare. Problema rinviato di venti metri. Aveva fatto così quattro volte. Eravamo diventati una squadra: io e Francesca ci avvicinavamo, mentre lui ripartiva quando giungevamo a distanza di sicurezza. Alla quinta, era sceso da un lato del sentiero, fissandoci fra l’erba alta.
Intanto, l'alce continuava a fissarmi. D'istinto, avevo allargato lentamente le braccia e cominciato a farfugliare qualcosa, come se parlassi ad un grande capo indiano: “Vengo in pace, sei bellissimo, non ci fai del male, vero? Scusa se ti abbiamo disturbato”. Eravamo tutti e tre lì immobili e fradici di pioggia, quando siamo entrati in contatto con lo sguardo, e mi sono sentito letteralmente leggere dentro da un’intelligenza che non mi aspettavo. Non solo stava valutando se eravamo pericolosi, ma sentivo che aveva coscienza. Da parte mia, avevo cercato di eliminare tutta la resistenza che potevo. Ed aveva funzionato! L’amico si era voltato per riprendere a mangiare foglie dagli alberi come se nulla fosse. Era il segnale che eravamo stati accettati. Più tardi, in ostello avevamo scoperto di essere stati fortunati perché difficilmente si fanno vedere, tanto meno avvicinare. E solo quando pioveva molto scendevano così a valle. D'altronde, quel giorno gli unici cretini in giro eravamo noi; col senno di poi l'ho immaginato sorpreso a pensare “ma che ci fate qui, esauriti? Non vedete come piove?” Rassicurati, ora l'osservavamo mangiare, rapiti. Era semplicemente bellissimo. Maestoso, fiero e buono. Ogni tanto si fermava e ci guardava. Dopo qualche minuto però, mi era ripresa l’agitazione. Scampato il pericolo, la preoccupazione era per la pioggia battente e per noi che dovevamo per forza passare di lì, per proseguire. Non volevamo innervosirlo, ma eravamo molto vicini e la sua mole sbarrava la strada. Ci eravamo così avvicinati lentamente cercando di passargli il più lontano possibile, come Fantozzi e il ragionier Filini che si tenevano per mano. D’un tratto aveva smesso di mangiare e rinculato con le zampe posteriori, ma poi aveva fatto uno scatto e cominciato a correre nella direzione in cui dovevamo andare pure noi. Poi si era fermato per ricominciare a mangiare. Problema rinviato di venti metri. Aveva fatto così quattro volte. Eravamo diventati una squadra: io e Francesca ci avvicinavamo, mentre lui ripartiva quando giungevamo a distanza di sicurezza. Alla quinta, era sceso da un lato del sentiero, fissandoci fra l’erba alta.
Cavolo, avevamo fatto amicizia e
camminato un po’ insieme. Non ci aveva attaccato, né era scappato! Anzi, nella magia di quello sguardo mi ero sentito vibrare nel petto un'energia primordiale, quasi a dire: “Su la testa, ragazzo!”
Per i tre giorni
successivi ero stato posseduto da una grande forza buffa e mansueta. Trotterellavo in ostello fra le risate generali dicendo: “I met
a moose!…I met a moose!”. Ho incontrato un alce! Ho incontrato un alce! Quel mattacchione, una volta capito di non trovarsi in pericolo, ci
aveva fatto compagnia per qualche minuto, indicato la strada e salutato. Un bel regalo.
Torno alla mia
passeggiata e alla fine del viale alberato, dove abitualmente si vede pullulare un'umanità di corridori, ciclisti e
bimbi, compare un gregge di pecore e caprette. Rimango di
stucco, saranno più di cento capi. Mi ritrovo circondato da pecore, agnellini sdraiati a un metro da me, sotto lo
sguardo delle loro madri. Un manto di lana che saltella su entrambi i lati
della strada. Mentre passo, mi guardano tutti, senza smettere di mangiucchiare però. Compreso un caprone nerissimo che mi fissa dal centro della
strada facendomi salire la stessa eccitazione provata al cospetto dell’alce.Cerco subito con gli occhi i cani ed i pastori, ma li scorgo in lontananza e me la dovrò cavare da solo. Me la faccio di nuovo un pò sotto, come con l’alce. Piccolo e prepotente, il caprone mi rivolge le corna per nulla intimorito. E’ il capo. Ritento la mia versione di san Francesco da
passeggio e mi va bene. Si cheta ed io passo. A quanto pare non sono il suo capro espiatorio
del genere umano.
Poco più in là incontro un papà con un bimbo. Si aggirano in mezzo al gregge. Ci salutiamo, scambiamo due parole, condividiamo l’eccitazione, ci sentiamo vivi e felici.
Poco più in là incontro un papà con un bimbo. Si aggirano in mezzo al gregge. Ci salutiamo, scambiamo due parole, condividiamo l’eccitazione, ci sentiamo vivi e felici.
Poi dicono che quando
piove, è tutto grigio e triste e non succede mai niente.
domenica 8 giugno 2014
Essere Umano Occupato
Assemblee, beni comuni,
spazi occupati. Lotta, partecipazione. Tutti
al lavoro, a ricostruire la nuova umanità. Perché però i sogni di
cambiamento si riferiscono direttamente alle cose, al fare, e non partono dall’essere qualcosa di diverso? Siamo sempre in balia di un pendolo dal nome possesso, ipnotizzati. Andare “contro” chi possiede tanto e non lascia agli altri che le briciole contribuisce a nutrire il
moto perpetuo della sua oscillazione. Una spinta la danno i “pro”, una i “contro”. Tutti a dargli energia in un modo o in un altro. E se non ce ne importasse un bel nulla a un certo punto di focalizzare ogni sforzo sull'appropriarsi qualcosa di esclusivamente materiale? Qualcuno disse che i problemi vanno trascesi, non risolti. Questo suona però come inaccettabile per gli animi volenterosi dei "contro" qualcosa di ingiusto, ma per i lavoratori sull’essere umano è una verità. Essi
sanno dove si gioca in realtà la vera partita. Nel mondo dell'immateriale, non nel materiale. Essi l’assemblea ce l’hanno dentro: fra
il cuore, la pancia e la mente caotica. Il bene comune sono gli organi, le braccia,
le gambe, il sesso, la carne tutta. La lotta è fra la testa e l'ombelico; sono loro che si contendono il respiro ad ogni impulso. La
partecipazione è una richiesta supplichevole inviata ad ogni cellula del corpo.
Richiesta che il 99% delle volte viene disattesa perché ci parte dal
centro sbagliato per ottenere una risposta viva. Quasi tutta l'umanità è prigioniera della mente. Quella parte di umanità almeno che non avrà forse fame, ma versa in un stato di perenne dormiveglia. Il povero Dio Pan nel suo corpo caprino scuote la terra. Non può fare altro che scatenare attacchi di panico
per riaffermare la verità della vita e della natura sulle nostre costruzioni
mentali. L’essere umano è il vero teatro occupato. Non è un abusivo, egli è l'abusato. E un essere umano occupato, non
può fare altro che occupare, a casa sua, dentro di sè, non c'è ancora posto per lui. Non è stato ancora scoperto e lo cerca fuori. Ma nulla si trova al di fuori di noi che non sia stato scoperto all'interno. E’ una legge. Anche questo i lavoratori sull’essere
umano lo sanno. Ma quando un essere umano è libero, libera. Esegue egli stesso attraverso la sua persona, un tacito
lavoro, da rivoluzionario. Gli spazi li crea nelle persone prima
ancora che nelle cose. Perché quello spazio l’ha prima scoperto e creato dentro
di sé. Quasi a sua insaputa accende qua e là come un interruttore della luce qualche osso sacro di qualche altro essere umano. Spesso senza neanche aprire la bocca. Rivitalizzatori
di culi pronti al risveglio. Di schiene che inizieranno un processo che oltrepasserà il pensiero, drizzandosi al cielo come tante antenne. Il wifi divino. Sarà
questa la rivoluzione dal basso?
Iscriviti a:
Post (Atom)